Lina e Hind

All’ombra del Grande Ficus.
E’ il luogo scelto da Lina Issa, artista performer libanese che vive ad Amsterdam, e Hind Meddeb, regista francese di origine magrebina, per ascoltare i palermitani raccontare le loro storie.
Lina e Hind, attraverso il loro approccio artistico (raccolta di suoni e video, performance e scenografia dei luoghi) inventano una nuova città in cui la loro immaginazione si fonde con quella dei palermitani.
In effetti quella di Palermo è una tappa di un progetto molto più ampio, che abbraccia l’intero Mediterraneo; l’ha ideato François Beaune, scrittore francese e creatore del progetto Storie vere del Mediterraneo, con l’idea di raccogliere elementi sulle persone, con un atteggiamento di profonda curiosità, e allo stesso tempo quella di selezionare e immaginare le forme più adatte a riscrivere le loro storie.
Bella questa idea  che unisce il Mediterraneo e le sue genti, contro ogni divisione di natura politica! Dà il senso di comunità e di unione, a discapito di ogni contrapposizione: il mare unisce gli uomini anziché dividerli.
Sotto il Ficus di Piazza Marina le ho incontrate pure io e, nonostante il mio inglese stentato e poco allenato siamo riusciti a dialogare e a scambiarci informazioni sui nostri progetti. 
In questo scambio di conoscenza tra persone, diverse per nazionalità e per esperienze ma unite nello spirito, il ficus si è prestato ad essere il fondale perfetto, maestoso, unico per uno dei miei ritratti.
Eccole, Lina Issa e Hind Meddeb, all’ombra del grande ficus.

 

“Seguite il progetto, partecipate agli eventi di storytelling,  incontrateci in città, chiedete delle nostre storie e condividete le  vostre con noi, invitateci nel vostro mondo… Per tenervi aggiornati,  scambiarci pensieri e idee, abbiamo creato un profilo pubblico su  Facebook: Storie Vere di Palermo.”

Lina Issa - Hind Meddeb ©ph mario virga-1
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Master of Cello

 

 

Giovanni Sollima mi aspetta davanti all’ingresso del Real Teatro di Santa Cecilia, come concordato. Ha con se due violoncelli nelle rispettive custodie: un Francesco Ruggeri del 1679 e uno della liutaia bolognese Ezia di Labbro e dipinto da Giosetta Fioroni. Sono entrambi molto belli, ma rimarrebbero due pezzi di legno senza un cuore che li facciano vibrare. Dopo i convenevoli di rito entriamo in teatro.

Il Real Teatro di Santa Cecilia è per Palermo il tempio del jazz, grazie alla Fondazione The Brass Group, unico Ente in Italia che promuove e gestisce un complesso orchestrale permanente. E’ ricco di storia ed  è un ottimo posto anche per fare uno shooting in tema musicale.

Giovanni Sollima è un vero virtuoso del violoncello. Qualcuno dei personaggi incontrati in occasione de “Un ritratto per Palermo” mi aveva raccomandato di ritrarlo; ed oggi eccoci qua, a fotografare una star della musica. Persona straordinaria  e compositore fuori dal comune, comunica attraverso una musica unica nel suo genere, dai ritmi mediterranei, con una vena melodica tipicamente italiana, ma che nel contempo riesce a raccogliere tutte le epoche, dal barocco al “metal”. E soprattutto è di Palermo. Mi racconta a grandi linee la sua vita da concertista e come l’Europa gli ha dato grandi soddisfazioni.

“Com’è  il Presidente?” chiedo.  “Una persona amabile e tranquilla” risponde. Mi riferisco al concerto del 2 giugno fatto proprio al Quirinale davanti al Presidente della Repubblica ed  Alte Cariche dello Stato. Il finale in lingua araba della sua composizione “L.B. Files”  credo abbia sorpreso un po’ tutti, anche il Presidente.

Sistemo le luci. Lui sfodera per primo il violoncello del 1600. Suona.

“Bella acustica.” dice. Dolci note si diffondono in tutto il teatro.

Alle volte lo fermo per fare in modo che fissi l’obiettivo, anche se è davvero un peccato interromperlo.

Qui mi rendo un po’ conto dei limiti della fotografia, arte silenziosa, di pensiero, di riflessione. Registro con la fotocamera la luce: fermo il gesto, l’espressione, l’energia di un attimo. Ma le emozioni, si possono registrare?

Le note di un violoncello non faranno mai parte di una  stampa fotografica.

Ma le emozioni rimarranno tutte segretamente racchiuse nel mio cuore.

 

 

 

Due parole su Palermo Capitale della Cultura

 

Ogni volta l’incontro con uno dei personaggi che ritraggo è un’incognita. A volte precede l’incontro un messaggio, oppure una telefonata, senza che io li abbia conosciuti personalmente e ogni volta mi chiedo: “Chissà se sono stato convincente. In fondo sono pressoché uno sconosciuto che espone un’idea”. Ecco, se c’è un’altra cosa che mi ha aiutato nel contatto iniziale e che  li accomuna, oltre l’amore per Palermo, è l’apertura mentale e la curiosità. Mettersi nei panni dell’altro e cercare di capire, senza pregiudizi. Persone che hanno un vissuto in nome dell’arte, alla ricerca del bello e anche di se stessi.

Ho sempre trovato persone disponibili e con le quali sono nate delle chiacchierate davvero amabili, con tanto di caffè fatto per l’occasione, proprio come un incontro con amico. Ciò nonostante mi chiedo però cosa pensino realmente quando mi vedono arrivare, armato di stativi e fondale pieghevole, e quando, dopo la chiacchierata, mi vedono trafficare col suddetto fondale che si apre in modalità pop-up.

La sessione fotografica dura generalmente poco perché non c’è bisogno di scattare tante fotografie, se si hanno le idee chiare. E poi non voglio far pentire di tanta disponibilità i miei ospiti.

Con Gigi Borruso ho approfittato della splendida luce proveniente da una finestra che si affacciava sulla splendida via Maqueda. Però quel tipo di  luce da sola non basta: per fare un ritratto ci vuole anche un’altra luce, quella degli occhi della persona da ritrarre. Ecco come nasce un ritratto per Palermo Capitale della Cultura.